venerdì 24 gennaio 2014

Niente autodeterminazione senza la sconfitta del dipendentismo.

Fonte: SARDEGNAMONDO di Omar Onnis


di OMAR ONNIS

La retorica del “tutti sono uguali” è una retorica distruttiva e alla fine reazionaria. Il qualunquismo è una brutta bestia e ci mette un attimo a mostrarsi per quello che è: fascismo dissimulato. Nella ignoranza diffusa, le semplificazioni emotive hanno vita facile. Togliere strumenti critici alle masse, impoverire la cultura politica della cittadinanza, indebolire la scuola e l’universotà, togliere spazi al libero esercizio della creatività e della differenza di visione non portano a forme di maggiore emancipazione sociale e culturale, ma a facili strumentalizzazioni del malessere diffuso.
Purtroppo la storia è pressoché sconosciuta ai più, altrimenti sarebbe evidente la similitudine tra questi nostri anni e quelli tra il 1919 e il 1925. Allora la guerra aveva lasciato ovunque strascichi dolorosi e una situazione socio-politica fragile. Le spinte dei tempi erano troppo più forti della capacità politica delle classi dominanti. In Sardegna il fenomeno era ancor più evidente, con i reduci dal fronte determinati a cambiare in meglio la propria sorte e quella dell’intera isola, mentre la politica di stampo coloniale e clientelare che aveva prevalso negli ultimi cento anni non aveva più nulla da dire alle masse. Sappiamo che se non fosse stato per la debolezza culturale della leadership del movimento dei reduci e del PSdAz, gli esiti di quella stagione sarebbero stati diversi dalla normalizzazione che seguì ai successi elettorali dei sardisti (normalizzazione che si sostanziò nella rinuncia a un processo di autodeterminazione vero, con la sanzione simbolica del passaggio al fascismo di una parte consistente del PSdAz medesimo).
Cosa sia successo in quegli anni, almeno a grandi linee, dovremmo tenerlo a mente tutti. Del marasma dei movimenti di piazza e del malcontento generalizzato trasse vantaggio chi possedeva l’intelligenza politica e la mancanza di scrupoli necessarie a cavalcare la crisi con parole d’ordine semplici, con narrazioni forti quanto sentimentali, che rimuovevano la complessità del divenire storico e offrivano un prontuario ideologico facile facile e ampiamente deresponsabilizzante. L’appoggio della classe dominante, desiderosa di cambiare tutto per non cambiare niente, non tardò ad arrivare. Ovviamente sto parlando di Mussolini e del fascismo, con i suoi emuli e i suoi ammiratori sparsi per l’Europa e per il mondo intero.
La diseducazione alla complessità e la perdita di punti di riferimento ideali e istituzionali non portano mai a niente di buono, oggi come allora. Se manca una elaborazione intellettuale onestamente problematica delle forze che animano le nostre relazioni, dei rapporti di produzione in cui siamo inseriti e delle forme narrative di cui si alimenta la nostra vita comunitaria, davanti a una crisi sia materiale sia spirituale siamo nelle mani degli uomini della provvidenza, dei capi carismatici, del pensiero debole. Niente di emancipativo può venir fuori da questi processi.
Oggi, che l’Europa conosce una stagione di nuovi nazionalismi e di derive xenofobe e reazionarie, che l’Italia è percorsa da un movimento a tratti squadristico come quello dei “forconi” e la Sardegna, a parte i forconi nostrani, è interessata in generale dalla crisi del sistema di potere fin qui dominante, dobbiamo essere più vigili che mai. Per chi ha spadroneggiato sulla scena fin qui e per chi vuole spadroneggiare ancora, la tentazione di strumentalizzare il malcontento a vantaggio di interessi costituiti è pressoché irresistibile. Usare parole d’ordine apparentemente liberatorie ma in realtà prive di senso politico e di visione d’insieme, garantisce la mobilitazione dei delusi e un facile consenso, ma non è la base su cui costruire alcunché di solido, pacifico e democratico.
L’atteggiamento prevalente nell’establishment sardo è di tipo chiaramente conservativo. Chi ha ruoli che producono vantaggi, tende a difenderli con qualsiasi mezzo, a volte – furbescamente – appropriandosi di temi o slogan dei propri avversari o apparentemente controproducenti per sé e per la propria parte. Così facendo, invece, li depotenzia e li piega a facile strumento di controllo. Altri, che magari non appartenevano fin qui alla classe dominante, provano ad approfittare dell’indebolimento politico e culturale attuale per essere ammessi tra le sue schiere, proponendosi come provvidenziale foglia di fico da ostendere davanti alle strutture di potere consolidate, onde renderle presentabili e al passo con i tempi. Anche questo non è un inedito, in fondo.
In Sardegna d’altra parte manca totalmente un tessuto intellettuale libero e svincolato da interessi costituiti. O, se c’è, è frammentario e minoritario. Per lo più l’elaborazione teorica e politica, la comunicazione attraverso i mass media e la diffusione della cultura e dell’istruzione attraverso le agenzie formative formali e informali soffrono di un pesantissimo conformismo al sistema di potere imperante e sono irretiti da un rapporto equivoco e subalterno con le filiali locali dei partiti e dei centri di interesse italiani. Da quella parte è difficile che arrivino contributi critici emancipativi. Può giusto manifestarsi una difesa a oltranza dello status quo, a volte con argomentazioni penose e evidentemente disperate, ma niente di più.
Se però si nutre l’aspirazione a un processo di emancipazione collettiva, di liberazione delle forze sane della società, verso un orizzonte più aperto, più democratico e più responsabile, l’unica strada è quella del rafforzamento dei presidi culturali e relazionali, in nome di una complessità che non si può eliminare, ma solo affrontare ben equipaggiati, per non esserne schiacciati.
È fondamentale, per questo, indebolire e se possibile sconfiggere l’assetto della dipendenza e i suoi risvolti assistenzialistici, rivendicazionisti e spesso falsamente liberatori di cui è costellato il nostro ambito politico, amministrativo ed economico. Sono la dipendenza e la sua ideologia, il dipendentismo, il vero nemico da abbattere. Ipotizzare un processo di autodeterminazione che sia anche democratico ed emancipativo senza fare i conti con questo elemento è un mero esercizio retorico o un inganno. Se pure un giorno la Sardegna diventasse un ordinamento giuridico sovrano, uno stato indipendente, ma non avesse abbattuto gli assetti della dipendenza e i loro effetti materiali e culturali diffusi, la stessa indipendenza potrebbe rivelarsi un mero espediente formale. Saremmo comunque in balia di forze più grandi di noi, di centri di interesse capaci di manipolare e di piegare ogni processo al proprio tornaconto, di operazioni speculative e invasive facilmente presentabili come convenienti, ma in realtà distruttive. Quanto e più di quel che sta già succedendo ora.
Il processo che ci porterà all’autodeterminazione e i suoi conteuti ideali, pragmatici e culturali determineranno la qualità della nostra esistenza da qui ai prossimi decenni. La vacua retorica para-nazionalista o pseudo-rivoluzionaria, usata per mistificare richieste di assistenzialismo ancora maggiore e forme di subalternità deresponsabilizzante ancora più profonde, non è alleata, in questo cammino, ma è un ostacolo, o un avversario. Per questo tutti i sardi che abbiano a cuore il proprio benessere e la propria dignità, la giustizia sociale e la possibilità di interagire col mondo circostante come soggetto della propria storia dovrebbero sopra ogni altra cosa contribuire ad abbattere la dipendenza e il dipendentismo in ogni loro forma, per quanto amichevoli essi possano sembrare. Lì sta il nocciolo del problema e lì bisogna agire. Subito. Adesso.

BASTA ITALIA, SARDEGNA E LOMBARDIA INDIPENDENTI!
Giulio Mattu
pro Lombardia indipendenza

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